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Cinque Gi' fu Luigi

Qualcuno conosce il significato del termine “zaccagnare”? Io v'ho capito, a voi. Ma da subito: voi volete ride. Non c'è niente di male. Va benissimo. Starei qui a posta. Aspetta: non ho detto che volete ridere, per cui siete imbecilli. Anzi, qua ci saranno almeno tre-quattro medici, due avvocati, una quindicina di psicologi – che ormai se curano fra loro, perché so' più dei matti – insomma, una bella platea. Però siete i peggio. Siamo; pure io, pure io mi ci metto. Siamo:perché di giorno siamo quelli che mandano le e-mail col Cordialmente finale; in attesa di un suo gentile riscontro; faccio seguito alla mail; e di sera si vedono Poveri ma ricchi, co' la Mazzamauro. V'ho capito da quando sono entrato. Ma v'ho capito non perché tiro a casaccio; v'ho capito perché io c'ho studiato. Il mio nome ve lo dovete segnare – e ve lo ritroverete, poi, negli anni – perché io, sotto sotto, sono un teorico. Nel senso che in teoria vi dovrei far ridere; in pratica, sono un brevettatore. Vedi? Questa l'ho detta perché è talmente brutta che si capisce che nella vita non posso fare il comico; è strasicuro che faccia qualcos'altro. Se invece c'è qualcuno che ha riso sul serio, allora consiglio un manuale dettagliatissimo per ingresso vip all'aldilà a cura di Donatella Rettore. Il mio primo lavoro è il brevettatore. Io ho brevettato quello che vi dicevo prima: cioè, io riesco a capire, in tempi brevissimi, che tipo di pubblico ho davanti. E la prova del nove è la domanda che v'ho fatto all'inizio: «Chi sa cosa vuol dire “zaccagnare”?» La metà di voi non lo sa, però la parola l'ha fatta sorridere. Tipo: “Chissà che vorrà dire. Mo questo ce fa ride”. L'altra metà non la sa, però non ha neanche sorriso. Tipo: “Chissà che vorrà dire. Mo questo ce fa ride. E se non ce fa ride mi faccio un profilo fake su IG e lo faccio penti' di esse nato”. Qualcuno, che non fa parte né di una metà né dell'altra – tipo transgender teatrale – la conosce, però non gli ricorda cose belle, per cui sta lì e aspetta quello che succede. Ecco, facendo una somma di tutto, il risultato è che siete questo pubblico qui: Le porgo i miei più cordiali saluti. In fede, Pippo Franco. È matematico. È così, sappiatelo. Testato e ritestato. Io c'ho fatto un sacco di soldi con questo brevetto. Ma grazie a un amico mio delle medie, eh? È lui che mi ha fatto conoscere la parola. Partendo dal presupposto che le scuole dove sono andato io non erano proprio le Orsoline, un giorno c'è stata questa epifania linguistica che quasi ci faceva vincere il Pulitzer e che a me, sinceramente, ha proprio lasciato sconvolto. Questo mio amico – Collavu Luigi – era un mezzo teppistello, ma uno che faceva il gradasso e poi era tutto fumo – perché, di quello, te poteva riempi' una ciminiera. Insomma, una mattina, te lo vediamo uscire di corsa dalla classe, seguito dalla professoressa, e lo sentiamo strilla': «E dammela, 'na zaccagnata!» Cos'era successo: c'era uno del terzo – Claudio – che l'aveva minacciato; perché? Perché diceva che la ragazza l'aveva lasciato dopo che Gigi le aveva detto che Claudio ce l'aveva piccolo. Giocavano a calcio insieme: sotto la doccia le cose si sapevano. E allora quello, quando Gigi era corso come una furia, gli aveva fatto il segno del coltello e Gigi gli aveva risposto così. La zaccagnata, infatti, è la coltellata. Che poi, dico io, dare una coltellata perché, a dodici anni, ti sei lasciato con la ragazzetta – bona, per carità; capacità, intellettive e non, notevoli, soprattutto le non; che aveva uno dei codici fiscali più melodiosi di tutta la classe; occhi ghiaccio; alta uno e sessantaquattro; trentotto di piede; che abitava ad un secondo piano con tre finestre sulla chiostrina – mi sembra esagerato. E poi era vero che ce l'aveva piccolo. Gliel'avevo visto. Nella squadra sarà stato pure trequartista e io sarò stato pure terzino, ma sotto la doccia in panchina ce stava lui. Questo confermato anche dalla ragazzetta di cui sopra. L'abbiamo accusato di tutto. Una volta, due della classe avevano nascosto il lucchetto con il quale chiudevano la scuola. Oh, le bidelle l'hanno cercato tutto il pomeriggio. Hanno dormito a scuola. Il giorno dopo chi era stato? Gigi. Bem: mezzo mese di sospensione. Pure il soprannome era vessatorio! Lo chiamavamo “er cinque”. Lui si chiamava Luigi Collavvu. Collavvu, a Roma, è l'abbreviazione di “con la V”: cioè, Gigi con la V. Mo, er Vendetta già era preso da uno che siccome sudava sempre, quando andava al ristorante ordinava solo piatti freddi; er Vaiolo pure era preso da uno che c'aveva il nonno tunisino che c'era morto; a un certo punto se ne esce il secchione e fa: «Chiamiamolo Cinque». Cinque, la “V”: il cinque a numero romano – che è l'unica cosa de Roma che conoscono i romani. Allora tutti a di': «Batti er cinque, Gi'!» e giù a mena' al povero Gigi. Qualcuno, più acculturato, faceva leva sull'ambiguità del “Batti” e se lo inchiappettava, ma questa è un'altra cosa. Col tempo, poi, era diventato: «Cinqueggì!» - detto all'improvviso, tutto d'un fiato - e dai a schiaffoni e incularelle. Oltrettutto, se scopri' pure che era frocio. Mancava che fosse stato ebreo e lo potevamo accusa' di tutto. Un professore fece un incidente con il motorino mentre veniva a Scuola? Era stato Gigi. E sì, perché lui aveva attraversato su quella strada proprio qualche minuto prima e gli aveva portato sfiga. Era Gigi. Noi, senza sapere niente, dicevamo che era stato sempre Gigi. Così: d'acchito. Ti cadeva il Nokia per terra? Era stato Gigi. Tanto è vero che io, fino a poco tempo fa, non avevo mai bestemmiato in vita mia perché nel momento in cui le stavo imparando venne fuori Porco Gigi. Gigi era la causa – a priori – di tutto. Era un dogma. E che qualcuno di noi si è mai chiesto se fossero vere quelle accuse? No. Gigi era una fede. Non si discuteva. Gigi era il Dio dei non sapienti. Noi eravamo ignoranti? E Gigi ce benediceva. Alla fine era un bonaccione; non se la prendeva più di tanto. Stava lì, metteva un po' il muso ma poi tornava subito a scherzare. Eravamo amici. Una volta, però, ti devo dire: m'ha fatto strano. Mi comincia a seguire su IG una che si chiama FiveQueen. Apro lo foto e dico: «Oh, ma questo è Gigi!» Non s'era messo a fare la Drag? Gli scrivo e ci prendiamo un appuntamento per il fine settimana. Mentre vado verso casa sua, vedo una carrellata di guardie infinita. M'avvicino e chiedo a una che fosse successo: «Pare che uno s'è buttato. Buttata. Non lo so: era mezzo frocio». Il giorno prima, al locale dove lavorava, c'era stata una retata e l'avevano messo in mezzo. Oh, pure lì, al locale, dove nessuno immaginava che Gigi aveva fatto le medie con noi, c'era stato qualcuno che non sapeva che dire, qualcuno ignorante come una zappa, qualcuno che era solo stronzo – perché per la perfidia devi esse intelligente; pure lì, qualcuno che era come noi a dodici-tredici anni aveva detto: «È stato Gigi». Mo Gigi non c'era più. M'era morto Dio. Non so se capite. S'era sgretolata una fede. Così: di botto. E ora le cose erano due. O io da ignorante dovevo, tutto d'un tratto, cominciare a ragionare; oppure, dovevo buttarmi su un'altra fede. E niente. Ho cominciato a bestemmia'.


anno di scrittura 2020

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